Quando frequenti una persona, il tuo vocabolario cambia. Introduci parole nuove e magari in alternativa smetti di usarne delle vecchie.

Crei una sorta di “lessico famigliare”, modi di dire, riferimenti a storie.

Almeno a me succede.

Succede soprattutto perché la maggior parte delle persone che frequento provengono da regioni diverse dalla mia.

Io non posso più usare le parole che la mia testa mi suggerisce come consone, devo utilizzare per forza l’italiano corretto o il termine dialettale della persona con cui mi accompagno al momento.
Se sei nato e cresciuto nello stesso posto spesse volte rimani basito di fronte a questa scoperta.

Sono andata via dalla Sardegna dieci anni fa e solo allora ho scoperto che se dicevo “canadese” gli altri pensavano o ad una persona proveniente dal Canada o ad una pizza; solo io pensavo alla tuta da ginnastica.

Così se avevo la nausea io, nella mia testa pensavo: ho “brutta voglia” (traduzione letterale di: “tengu gana mala”).

E’ strano essere sempre quella con un accento diverso. Ho iniziato dunque a introdurre alcuni modi di dire romani, milanesi, veneti ed ora toscani.

Insomma, sono un miscuglio, un pot pourri di parlata, non si capisce più niente.

Nella mia testa il primo vocabolo che viene in mente è nella mia lingua, il sardo, la bocca poi ne dice un altro, quello attinente alla persona con cui sono al momento.

La bocca si sa, lei è un po’ una troia.

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